Racconto tratto dal libro "Tienimi la zampa" di Manuela Regaglia
Il
merlo Giovanni ci ha regalato infinite
sorprese, giorno dopo giorno si faceva sempre più domestico ed impudente.
Ricordo
di averlo notato uno dei primi giorni di bel tempo, alla fine di Marzo, quando
si iniziano i lavori di vangatura dell’orto. Era interessato alle zolle di
terra che venivano girate e dalle quali uscivano lombrichi dalle sembianze di
serpenti boa, talmente erano grossi.
Giovanni
ci seguiva a distanza ravvicinata, all’inizio di una decina di metri poi, con
il passare dei giorni, ci marcava sempre più stretti arrivando a pochi passi
dietro di noi. Quando ci sentiva parlare, durante i nostri giretti in giardino
e nell’orto, arrivava puntuale fischiettando e mostrandosi a noi come per dire:
«Ci sono anch’io» Aveva una compagna
bella in carne e la coppietta s’era messa all’opera per costruire il loro nido,
proprio tra i rami irti di un ginepro,
per poi passare alla covata successiva fatta in un nido posto sopra la serranda
del garage, tra i rami di una rigogliosa Bignonia capreolata, un rampicante dai
fiori a trombetta di un bel colore rosso-aranciato.
Il
nostro giardino non era ancora frequentato da gatti e la vita di Giovanni e
merla trascorreva tra un pasto scroccato a noi (carne trita e pastoncino per
insettivori) e nuovi nidi, costruiti in posizioni sempre più rialzate rispetto
al suolo.
Dopo la Bignonia era la volta
del Kiwi, coltivato a berceau, per poi passare alle altre piante di kiwi tenute
a spalliera.
Nidi
di qui, nidi di là, con l’aiuto della bella stagione e della ricca varietà di
alimenti di cui cibarsi, era arrivato
persino a portare a termine sette covate in un anno.
La
tecnica per poter provvedere alle numerose nidiate era estremamente semplice; a
lui e alla merla competeva il ruolo di metterli al mondo, a me quello di
sfamarli ed aiutarli in caso di bisogno.
Il
ritmo era pressoché questo: corteggiamento, costruzione del nido, accoppiamento,
deposizione delle uova (ovviamente da parte della merla), cova delle stesse,
bussatine alla finestra per ottenere cibo per sé e per la merla, schiusa delle uova, primo
giro di alimentazione naturale e “scroccata” mediante richieste esplicite per
mezzo di ticchettio sui vetri delle finestre, ovunque noi fossimo.
Dopo
questo faticoso periodo, nel momento in cui i giovani merli si prodigavano nei
loro primi voli spericolati, il gioco era fatto.
Mi
presentava la nidiata come se io fossi
una “tata per merli” e svolazzava tranquillo alla ricerca di materiale per un
nuovo nido.
Anno
dopo anno, ne trascorsero ben dieci, si rinnovava la scena, a volte dovevo
prestare attenzione al più piccolo della nidiata, ancora imbranatello nel volo
e quindi facile preda, altre volte era l’acqua il problema più grande ed allora
supplivo al ruscello con abbeveratoi più o meno grandi dove, oltre a dissetarsi
si potessero fare il bagno per poi distendere le ali e aspettare che il sole le
asciugasse.
Ricordo
la prima volta che vidi Giovanni lì, immobile come spiaccicato sul masso posto
in centro al giardino, le ali completamente aperte, il collo tirato e la testa
quasi a ciondoloni sull’orlo del sasso; pensando fosse morto, mi prese un colpo
ma poi lo vidi
muoversi leggermente e rialzare la testa agitando le ali come preso da un
tremito, capii che stava asciugando le piume e il mio cuore riprese a battere
normalmente.
Quante
cose si imparano ad osservare attentamente gli animali, un altro atteggiamento
curioso è la tecnica per confondere i predatori, specialmente se ci sono dei
piccoli.
Una
mattina di fine giugno, stando alla finestra, stavo tenendo d’occhio due
pulcini di merlo, che erano in attesa dei soliti bocconcini procurati da parte
della loro mamma; c’era in volo una gazza, predatrice naturale di nidiacei e
uova, Giovanni incominciava ad allarmarsi e lanciare il suo verso aspro “tach-tach-tach”,
la merla cercava di attirare l’attenzione della gazza portandosi allo scoperto,
distendendo un’ala e quasi zoppicando.
Era una finta, sembrava ferita e così la gazza rivolgeva l’attenzione su di lei, nel
contempo Giovanni radunava al sicuro i piccoli: che attrice quella merla! Io ero pronta ad intervenire ma non ce n’era
assolutamente bisogno con quei due genitori così organizzati.
Giovanni
era un uccello estremamente curioso, quando arrivava al cancello il postino, si
andava ad appollaiare sopra alla recinzione del giardino a poco più di due
metri dal visitatore e lo fissava con aria sospetta sollevando la coda e
abbassandola tenendola aperta.
Quando
andavamo nell’orto, posto al disotto della strada, ci accompagnava camminando
sulla recinzione per poi spiccare il volo aspettandoci sul fico nato sul confine
con il terreno coltivato.
Forse
aveva capito che si andava a smuovere la terra e che sarebbero usciti vermetti
ed insetti pronti per essere beccati al volo.
Riusciva
a distinguere il rumore del motore della mia Alfa Romeo, incuriosito mi
aspettava al cancello e se aprivo il portellone posteriore per scaricare la
spesa, si piazzava a cinquanta centimetri da me. Io gli lanciavo una ciliegia o una fragola o
una pallina di carne trita, lui le afferrava prontamente e se le mangiava in un
batter d’occhio… o meglio: batter di becco!
Era
una giornata veramente calda, stavo rientrando con l’auto carica di frutta e
verdura e il sole cocente aveva fatto sì che le fragole mature, acquistate in
quantità industriale per preparare la marmellata, espandessero la loro
fragranza impregnando tutto l’abitacolo.
Io
ne ero quasi frastornata, tanto era intenso il loro profumo.
Stavo
scaricando i miei acquisti, andando avanti e indietro dall’auto alla dispensa,
quando sorpresi Giovanni alle prese con la cassetta ricolma di questi gustosi
frutti, era ancora nel portabagagli e lui vi si era ficcato dentro per rubarne
una, eh sì, non una qualunque, il furbacchione aveva adocchiato la più grossa,
che era anche la più matura.
Come
potevo rimproverarlo, anch’io non vedevo l’ora di mangiucchiarne qualcuna, quel
profumo faceva venire l’acquolina in bocca…
Il
giardino era rallegrato dal canto del merlo e di molti altri uccellini, c’erano
le schermaglie amorose, le lotte per il territorio e gli anni trascorrevano
sempre più veloci,
quasi al ritmo delle covate di Giovanni; per non parlare delle liete sorprese,
che quel bellimbusto mi regalava.
Il
mio giardino si stava popolando di gatti, non so e non voglio sapere se il mio
merlo se ne sia andato a dimorare in un altro giardino o se la caccia, intesa
come arte venatoria, o quella dei mini felini abbia fatto scattare “l’ora x”,
sta di fatto che altri merli lottavano per il possesso di questo angolo di
paradiso e che Giovanni non fu più visto.
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